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Matthias |
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Silvia |
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Siria - Giordania - Egitto
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Periodo:
31 luglio - 4 settembre 2004
Protagonisti: Matthias Soncini & Silvia Poli
Km percorsi:
11.000 Moto: BMW R 1150 GS Adventure |
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PREMESSA |
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Tutto
incomincia un pomeriggio di dicembre, freddo, umido, uno di quei
pomeriggi dove il lavoro non è pressante e la mente ha la
possibilita’ di viaggiare, di vagare verso tutti i posti che
desidera.
In quel pomeriggio la mente desiderava viaggiare in moto, nei posti
per i quali la mia moto è nata, nonostante quasi nessuno la
utilizzi per tali scopi.
E’ cosi’ che l’idea di raggiungere l’Egitto prende forma, da
un semplice volo pindarico.
Mi ripropongo di iniziare ad organizzare tutto con il nuovo anno,
dopo le vacanze di natale. In quei momenti nemmeno so se sono luoghi
visitabili, se lo spettro della guerra aleggia anche su quelle
popolazioni oppure no. Nel frattempo il clima politico si fa piu’
teso e i dubbi, com’è naturale che siano, affiorano in
superficie. Cerco di contattare una grande quantita’ di persone
che hanno o hanno avuto a che fare con quelle zone e nessuna di
queste mi porta una sensazione negativa di questi popoli.
E’ tempo di cominciare ad organizzare!
Dopo aver chiesto all’ACI di Bologna, le agenzie di periferia non
sapevano nemmeno che paesi come Siria e Giordania esistessero, mi
attivo per preparare: carnet de passage en douane (c’è chi dice
che non te lo chiedono, ma dato che è obbligatoio per quale motivo
rischiare solo per risparmiare due soldi)rinnovo del passaporto,
patente internazionale, visto della repubblica araba di Siria da
ottenere per forza all’ambasciata in Roma e non in frontiera e
ultimi, ma non meno importanti, tutti i vari vaccini (epatite A+B,
antitifica e antimalarica).
Se qualcuno crede che sia difficile preparare ed ottenere questi
documenti si sbaglia, è solo un po’ dispendioso ed impegnativo,
ma veramente appagante una volta raggiunto lo scopo.
Veniamo ad oggi; tutti i documenti sono pronti, il biglietto del
traghetto per me e i biglietti dei voli per la Silvia sono pronti,
la moto è pressochè definita nel carico e nella preparazione
colplessiva.
Il viaggio previsto, puramente in linea teorica, dovrebbe, dopo
essere sbarcato a Cesme, portarmi ad attraversare tutta la Turchia
da ovest a Est senza soste se non quelle tecniche e farmi entrare in
Siria a nord di Aleppo.
Qui atterrera’ Silvia, la mia fidanzata, con un volo da Roma, e mi
seguira’ fino a Il Cairo, dove si imbarchera’ nuovamente alla
volta dell’Italia.
Da Aleppo ci dirigeremo verso l’Eufrate, che seguiremo fino ad un
bivio in prossimita’ di un grande bacino artificiale a circa 80 km
dal confine iracheno, da qui alla volta di Palmyra e giu’ verso
Damasco.
Il viaggio proseguira’ verso sud fino ad Aqaba, dove un traghetto
ci portera’ in Egitto. Proseguiremo alla volta del monastero di
Santa Caterina ad oltre 2000 nel centro della penisola del Sinai;
poi verso sud a sharm per imbarcarsi verso Hurghada e da li’,
seguendo la linea costiera fino a Marsa Alam.
Il progetto prevede di arrivare fino a Assuan, da dove parte una
strada di 280 km completamente nel deserto senza attraversare nessun
centro urbano o aree di sosta, alla volta di Abu Simbel, porta verso
l’Africa piu’ impenetrabile. Questa è la parte con
l’incognita maggiore, per diversi anni, negli ultimi tempi, questa
strada è stata vietata alla circolazione del turismo causa gli
attentati e le bande di predoni che sconfinano dal Sudan. In
verita’ ora non conosco l’esatta situazione, lo imparero’ ad
Assuan…
Ad ogni modo risaliremo il Nilo fino a Il cairo, passando per Luxor
ma evitando glia ltri centri urbani maggiori.
Qui Silvia mi lascera’ per tornare a badare ai nostri filgi a
quattro zampe mentre a me resta il compito di ritornare a casa.
Prevedo la strada piu’ breve possibile, che dovrebbe essere quella
che attraversa il canale di Suez e poi la stessa fino in turchia. Da
li non so ancora se riprendero’ un traghetto via Grecia, Italia
oppure rientrero’ via Balcani; la mia scelta’ sara’ fatta in
relazione delle mie condizioni, di quelle del mezzo e del tempo
rimastomi.
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Il
viaggio |
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Alla
fine il momento è arrivato.
Mesi di attesa, di preparazione e anche mesi di timore, si dissolvono in
scariche di adrenalina adesso che sono in viaggio verso il porto.
Subito veniamo accolti da quello che sara’ il motivo ricorrente del
viaggio, le code e le attese doganali.
Molto nervosismo aleggiata le persone che, insieme a noi, è costretta ad
ore di fila per il controllo passaporti, per l’imbarco, per recuperare i
documenti necessari a bordo della nave e in ultimo al controllo doganale
turco, tutt’altro che celere.
Ora che mi trovo su una terrazza in una comoda pensione di Cesme, cullato
dai suoni del paese e da una piacevole brezza fresca, la voglia di partire
e dedicare anima e corpo al viaggio è fortissima, non so se questa notte
riusciro’ a riposare come le scorse.
Un’altopiano infinito, interrotto a tratti da dolci colline coltivate,
questo a far da cornice ad un traffico veramente caotico ed eterogeneo.
Sulla stessa strada, non esistono autostrade osimili in questa zona della
Turchia, si possono incontrare con le stesse probabilita’ camion ultimo
modello e carretti trainati da asini caricati all’inverosimile.
Ogni volta che ci fermiamo un piccolo drappello di curiosi viene a vedere
le nostre moto e sapere da dove veniamo, per tutti la reazione è di
gioia; che bello poter ancora avere a che fare con gente come questa.
Ad attenderci a Konya questa sera era un bel temporale e a giudicare dalla
vegetazione secca e le strade allagate, questo sembra essere un’evento
fuori dalla norma, almeno in questo periodo dell’anno.
Entrare in una citta’ musulmana è un’esperienza affascinante, alte
svettano le moschee e il richiamo alla preghiera della sera da parte del
muezzin è ipnotico.
Nella tranquillita’ della prima parte del viaggio, ripensando a parole
spese dal nostro presidente del consiglio (cito a memoria, mi sia
perdonata l’eventuale inesattezza “L’occidente è una civilta’
piu’ evoluta dalla quale il mondo islamico dovrebbe trarre esempio”)mi
sono reso conto di quanto, in realta’, queste parole siano errate.
Ovunque tu ti trovi, in paesi come questi, c’è sempre qualcuno disposto
ad indicarti la strada, a cambiare il suo tragitto se non capisci ed
accompagnarti, disposto ad offrirti la sua ospitalita’, a volte anche
oltre ogni aspettativa.
Questo atteggiamento si faceva piu’ rilassato, spontaneo, man mano che
mi allontanavo dalle rotte turistiche ed è stato bello vivere in totale
rilassatezza momenti insieme a questa cultura.
Ora mi trovo a 20 km dal confine Turco-Siriano e comincio ad assaporare
l’aria che da tanto tempo ho desiderato. Viaggiare via terra e lasciarsi
coinvolgere da cio’ che ti circonda è un’esperienza unica, il solo
modo forse, di vivere fino in fondo il viaggio.
Oggi, il terzo giorno di viaggio dopo lo sbarco del traghetto, è dedicato
all’attraversamento della prima frontiera, giornata quindi alla scoperta
dell’ignoto, di un piccolo mondo, con degli schemi tutti da scoprire,
delle strane alchimie non sempre facili da intendere ed assecondare.
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Palmyra
nuova e vecchia
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Sono
a Reyhanli, paese 60 km ad est rispetto alla caotica Aleppo, la grande
metropoli settentrionale siriana.
Mi è descritta come un’operazione lunga e complessa ed in effetti la
prima sensazione è proprio questa. Poi pero’ il solerte faccendiere
sbuca dal nulla e si incarica di fare tutto lui, a fronte di ragionevoli
mance che a detta loro dovevano venire dal mio cuore…
Non sarebbe male, penso, provare a capire cosa questo strano soggetto fa
con i miei documenti, quindi lo tallono e il mistero è svelato.
Non esistono file odinate e procedure standard da seguire; la fila
corrisponde ad una mezza luna di gente intorno ad una finestrella e chi ha
il braccio piu’ lungo passa avanti e le procedure sono da fare
tranquillamente in ordine sparso, compra il visto, timbra il passaporto,
passa l’ispezione del mezzo, fai l’assicurazione, porta il carnet ad
un primo ufficio, portalo ad un secondo che strappa il cedolino e ti
sorride dicendo “finish”
Quando va bene un paio d’ore per uscire da un paese e altre 2 per
entrare in quello dopo.
In verita’ anche in frontiera si è fatto tante belle chiacchiere, il
piu’ delle volte con tassisti che facevano la spola quasi
quotidianamente per fare il pieno nel paese con maggiore convenienza.
(ad esempio in Turchia costa come in Italia mentre in Siria costa
all’incirca 0.4 usd)
E’ il sette agosto, domani comincia il viaggio con Silvia, che mi ha
raggiunto ieri in aereo da Roma, ci troviamo in un vicolo di Aleppo
intenti a consultare, e non capire, la mappa nel tentativo di districarsi
nel dedalo di vie della parte vecchia della citta’; ad un certo punto da
una piccola porta sbuca un ometto che si offre di aiutarci a meglio
comprendere la nostra poizione. Dalla porticina escono uno, poi due fino a
otto bimbi e ragazze incuriositi dalla novita’… Senza dilungarmi
troppo questa sera siamo rimasti a cena da loro e poi siamo andati in giro
in 14 con il loro pick up per la citta’ .
E’ stata un’esperienza magnifica, una serata a confrontare le varie
abitudini, dalla religione alla semplice quotidianita’ aleppese.
La mattina seguente rompo gli indugi molto presto, voglio viaggiare il
piu’ possibile al fresco e alle sette siamo gia’ in strada in
direzione di Apamea, importante stazione commerciale fin dal III secolo
a.c. situata sulle colline occidentali che si affacciano sulla valle del
fiume ribelle, l’Oronte, l’unico in Siria a scorrere da sud veso nord.
Si dice che queste rovine siano seconde per bellezza e maestosita’ solo
a Palmyra in questo paese.
La temperatura è notevole, supera i 40 gradi senza difficolta’, ma il
clima secco fa si che basti riposarsi all’ombra di un’albero per
recuperare le energie, cosi’ nel pomeriggio riusciamo a visitare anche
Krak des Chevaliers, un centinaio di km a sud di Apamea.
La notte la passiamo ad Homs, terza citta’ per grandezza del paese senza
attrattive se non l’immenso impianto di raffinazione del petrolio.
Nonostante cio’ la scelta è caduta su questa citta’ per la sua
posizione, esattamente sul crocevia tra la grande arteria che taglia il
paese da nord a sud e quella che passando per Palmyra giunge fino in Iraq.
Credevo che guidare in questi paesi presentasse difficolta’
principalmente per le indicazioni stradali, scarse e in arabo. Mi
sbagliavo di grosso, perché oltre a queste due caratteristiche si
aggiunge il traffico folle e il fondo stradale molto vicino ad un percorso
ad ostacoli…
Sentimenti contrastanti oggi visitando Palmyra e leggendo di cio’ che in
passato rappresento’.
Tento
di immaginare la sua magnificenza, la sua dimensione quasi 2000 anni fa e
inorridisco davanti ai maltrattamenti che questi pochi ricordi subiscono
ogni giorno, le sporte dell’immondizia ovunque nel sito, i venditori di
bibite che si aggirano tra le rovine in motorino e in ultimo la strada di
grande comunicazione che passa proprio tra il maestoso tempio di Bel e la
porta principale che si apre sul cardo dell’antica citta’.
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La
cittadella che sovrasta le rovine di Palmyra
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Pensare
che gli archeologi hanno perfino detto che è solo questione di tempo e le
vibrazioni causate dai grossi camion che passano a decine ogni ora sono
destinate a far cadere la chiave di volta che a malapena si regge in
piedi, gia’ puntellata in tempi non lontani.
Non voglio nemmeno pensare al teatro, magnificamente conservato e
violentato da un restauro che nemmeno la parrochhia del mio quartiere
subirebbe, tutto solo per insignificanti manifestazioni.
Al tramonto, dalla fortezza araba che sovrasta la cittadina, eretta nel
XVII secolo l’atmosfera che si respira è indescrivibile.
In lontananza il richiamo alla preghiera, il vento bollente e il sole
ormai basso all’orizzonte che tinge tutto dei colori dal giallo al rosa
hanno trasformato questo momento in uno dei piu’ forti ricordi di questo
viaggio.
Intorno a me solo deserto, fino al tremolante orizzonte.
10-08:
Quello che ci aspetta oggi non è un programma leggero, vogliamo
guadagnare un giorno sulla tabella da dedicare all’Egitto.
Alla sveglia delle sei il sole è gia’ altro nel cielo ed un forte vento
da nord mi fa pensare che non sara’ cosa troppo facile percorrere i 240
km in direzione ovest che ci separano da Damasco. Ed è proprio cosi’,
gia’ dopo un’ora di viaggio i muscoli indolenziti del collo gridano
per lo sforzo necessario a contrastare il vento, meno problemi invece per
la moto, i quasi cinque quintali sono ben stabili e l’unica accortezza
è quella di non superare i 90 chilometri orari.
Avevamo deciso precedentemente di evitare la capitale Damasco perché il
tempo era poco e non avevamo piu’ intenzione di dedicare tempo al caos
delle grandi citta’ e in quanto a caos il semplice passaggio nella
periferia per raggiungere il confine con la Giordania ci fa capire che
nella valutazione non avevamo affatto sbagliato!! Il traffico milanese a
confronto è un parco giochi per bambini…
Per una volta decidiamo di seguire il consiglio della guida e di
attraversare il confine su una strada secondaria, piu’ precisamente tra
der’a e Ramhta, due cittadine ad Ovest della grande via di comunicazione
che collega Damasco ad Amman costantemente intasata da mezzi pesanti.
Qui il traffico è scarso e composto solmente da auto, il posto ideale per
comprendere i complessi doveri doganali.
Nonostante tutto si sia svolto senza lunghe code ne’ tantomeno intoppi
abbiamo impiegato oltre due ore per il passaggio, e speso ben 33 JD ( 1 JD
= 1.16 € ), decisamente caro per queste regioni.
Raggiungiamo Ajilun, un paese sulle alture che si affacciano sulla valle
del fiume Giordano a 1200 mt di quota. La temperatura è fantastica, un
fresco vento mitiga quello che rimane di questa lunga giornata e se guardo
fuori dalla finestra riesco a vedere in lontananza i territori della West
Bank.
11-08: Anche oggi il programma è decisamente serrato. Bellissima la
visita alle rovine romane di Jerash che per stato di coservazione sono di
gran lunga meglio di Palmyra. La cultura giordana in tal senso è
completamente differente, ad occhio profano la cura nel recupero è molto
piu’ marcata e la conservazione dei reperti molto piu’ rigorosa e
ordinata, qui ad esempio non esistono immondizie tra le rovine.
In questo, ma anche in tanti altr comportamenti questi due stati
confinanti assumono atteggiamenti completamente differenti; ad un traffico
caotico ed estremamente indisciplinato della Siria (indisciplinato per i
nostri standard, qui pare funzionare tutto alla perfezione) si contrappone
un traffico ordinato anche nelle immediate vicinanze di Amman e una cura
delle strade e della segnaletica assolutamente adeguata allo standard
europeo.
A scagionare parzialmente i primi pero’ bisogna dire che il tenore di
vita appare molto piu’ basso e il parco mezzi circolante molto piu’
scadente. (solo una bassa percentuale di vetture appartiene al XXI
secolo).
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Il
Mar Morto e la sua sacca di umidita' a 50 gradi
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Il
viaggio prosegue in direzione sud passando per il Monte Nebo è giu’ per
tuffarsi nell’insopportabile caldo della depressione del Mar Morto.
Mi fermo alle propaggini piu’ a nord del mare e guardo verso ovest, in
direzione dei territori occupati, gli elicotteri da guerra, quelli che
molti di noi vedono solo nei telegiornali, pattugliano il cielo armati
fino ai denti, check point ovunque lungo le strade, a pochi chilometri
c’è la guerra, la gente muore, e chi non muore certo non ha vita
facile. Tutto questo ora è anche sotto i miei occhi, sono molto confuso.
Risalgo
le montagne a sud del mare verso la fortezza di Kerak e poi deserto fino a
Petra. Da Little Petra il tramonto è un’incanto, il silenzio è quasi
fastidioso dopo 500 km e una giornata di viaggio.
All’apparenza queste montagne sembrano inaccessibili, completamente
inospitali e invece qui per migliaia di anni popolazioni hanno abitato e
prosperato ed ancora ora una piccola comunita’ beduina sopravvive alla
modernizzazione e alle pressioni ad abbandonare queste montagne.
Non tanti anni fa il defunto re Hussein obbligo’ la comunita’ che
abitava Petra e le montagne circostanti ad abbandonare le proprie caverne,
offrendo in cambio case moderne ognuna con terreno coltivabile, offrendo
inoltre servizi come la scuola e un piccolo ospedale. La maggior parte
degli abitanti, se pur riluttante, si trasferi’, ma ancora oggi lo
zoccolo duro resiste ed abita nelle antiche caverne.
Il
passaggio tra Giordania e Egitto è cosa tutt’altro che semplice e per
questo merita qualche parola in piu’.
Arriviamo verso le nove nel terminal partenze del porto di Aqaba e subito
ci scontriamo con l’intricato labirinto doganale.
Comprare la “DEPARTURE TAX” per ogni persona e per la moto, timbrare i
passaporti, andare nella sezione customs della dogana, staccare dal carnet
de passage la volee de sortie e dopo aver fatto tutto cio’ (senza
nessuno che parlasse inglese e fosse in grado di aiutarci), con una faccia
da turista angelico (ma con due palle grosse come una casa) farsi largo
tra la solita mezzaluna di barbabietoloni vocianti e agitati a spallate
per ottenere il biglietto del traghetto è stata solo la parte semplice
del trapasso, un viaggio nel viaggio mi attende a Nuweiba, porto di arrivo
del traghetto, in Egitto.
La frontiera di questo paese è quanto di piu’ complicato e
incomprensibile ci sia in termini di burocrazia applicata allo spreco di
persone. Non credo di essere in grado di trovare parole per descrivere il
processo, basti pero’ sapere che mi sono dovuto affidare ad un ufficiale
della polizia turistica, che con solo 20 dollari mi ha fatto strada tra
gli oltre venti uffici necessari a completare le formalita’. Alla fine
ero traumatizzato…
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Il
monastero all'interno di Petra
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I
venti dollari in Egitto sono tutt’altro che pochi, almeno 10 volte
quello che mi è costata la Turchia, ma senza di lui oggi sarei ancora
sulla banchisa del porto alla ricerca del processo giusto.
Ora pero’ la moto ha un targa egiziana e un libretto di circolazione
tradotto in arabo il che significa che anche questa è fatta!
Siamo gia’ al 18 agosto ed i cinque giorni di assoluto relax in un
piccolo ed economico resort sul Mar Rosso sono stati decisamente un
toccasana..
Abbiamo avuto modo di riposare, di godere delle gioie della moto insieme
al lusso della vacanza esotica, inoltre abbiamo avuto tempo per
acclimatarci, qui le temperature superano i 45 gradi la mattina alle nove
con un’umidita’ altissima e sottovalutarle sarebbe stato un grave
errore; benediciamo il condizionatore in camera…
Un
caldo infernale, il nastro di asfalto nero, lucido all’implacabile sole
perde consistenza all’orizzonte ed intorno a noi solo sabbia e roccia
per molte decine di chilometri poi sentiamo la temperatura scendere
sensibilmente, mentre la strada sale verso il villaggio di Santa Caterina.
Troviamo ad attenderci un paesello quasi addormentato, verdissimo in
contrasto all’asprezza del paesaggio circostante, formato da alte
montagne completamente rocciose e inospitali.
Siamo a 1200 metri sul livello del mare, da qui partono le escursioni per
il Gebel Musa (monte Sinai in Arabo) e per il piu’ difficoltoso Gebel
Catharina, la vetta piu’ alta della penisola del Sinai.
Questa notte il nostro albergo è un panno sulla sommita’ del Musa, a
2200 metri, l’obbiettivo è veder nascere l’alba del giorno dopo sulle
catene montuose desertiche. Una simpatica guida beduina ci vede salire e
ci accompagna per un tratto senza propinarci nessun servizio, scettico
fatico a dargli corda, ma man mano che passa il tempo e ci avviciniamo
alla somita’, mi rendo conto che in effetti questo simpatico ragazzo non
ha intenzione di vendere nulla, ma solo di conversare. Splendida la
serata, chiacchiere a lume di candela in una parte della cima non
raggiunta dai turisti e riparata da uno spuntone roccioso che ne nasconde
la vista e la isola dai rumori.
L’alba purtroppo è ben altra cosa, la vetta’ è invasa da turisti
vocianti e l’atmosfera creata dal sole che nasce è parzialmente
incrinata da questa folta presenza. Pazienza, la fortuna è che questa
gente è arrivata solo alle 5, e la parte piu’ bella, la notte,
l’abbiamo passata in perfetta solitudine.
Quest’ultima pero’ si è rivelata decisamente fredda e a stento
abbiamo trovato conforto nelle pesanti coperte che ci ha offerto Ibrahim,
il simapico beduino chiacchierone.
La discesa la facciamo seguendo la via degli scalini, molto ripida e
piuttosto faticosa, ma decisamente veloce, tanto che in meno di un’ora
siamo alla moto pronti per riprendere il viaggio verso Il Cairo.
La giuda Lonely Placet definisce la guida nella capitale come
un’esperienza non adatta ai paurosi e agli insicuri, io invece penso che
in questo caos ci sia una sorta di ordine.
Sembra difficile da comprendere, quasi un paradosso, ma basta assuefarsi,
lasciarsi trascinare dai suoi usi e tutto assume una logica. Il freno è
disprezzato in favore del clacson e mettere fuori la mano invece che la
freccia è molto piu’ efficace. Basta poco, segnala la tua intenzione e
muoviti con decisione, difficilmente cosi’ facendo si incontrano
difficolta’.
La palma d’oro dei disagi la conserva saldamente Aleppo. Qui i segnali
sono quasi sempre anche in inglese, e il Nilo offre un punto di
riferimento impossibile da fraintendere..
Siamo alla visita delle piramidi e l’unica volta che mi sono fidato di
un’egiziano, sono stato giustamente raggirato.
Due cammelli inutili, una guida che nemmeno la macchina guida, abituata
ala turista che ride giulivo quando fa le foto con le mani ad arco sopra
le piramidi o cose simili, per fare tre ore di “escursione” sono stati
il peggior investimento del viaggio. Un esperienza che terro’ a mente
per il proseguo del viaggio e anche per il futuro.
Certamente maestose e imponenti oggi queti capolavori dell’ingegno
umano, complice la condizione descritta prima, non sono state in grado di
trasmettermi tutto il loro fascino intriso di misticita’, prima di
andarmene dal Cairo ritornero’ alla mia maniera, ossia “turista fai da
te”.
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Parco
Ras Mohammed
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Il
Cairo non è una citta’ ospitale. Sembra essere piu’ ordinata e pulita
delle sue sorelle mediorientali, basta pero’ muoversi un po’ per
rendersi conto che i lati negativi ce li ha anche lei, eccome; sporcizia
ad ogni angolo della stradae in ogni anfratto seminascosto un fortissimo
odore di urina si mescola a quello della sporcizia, dando vita a
nauseabondi cocktail.
Passeggiando lungo le sue vie si è invasi da una cacofonia di suoni:
stridore di freni, faticose accelerazioni di decrepiti taxi fumanti e
clacson di ogni genere invadono la mente e non ne permettono pensieri
lucidi.
Anche gli abitanti non hanno nulla in comune con la gente che ho
conosciuto nei giorni passati, sono per lo piu’ scontrosi, a volte
perfino strafottente ed i pochi apparentemente cordiali si sono rivelati
tutti abili commercianti in cerca di clienti da spennare. Un episodio tra
tanti mi ha colpito:
stavamo passeggiando in Kurnis an Nil, la strada che costeggia il Nilo sul
lato orientale di fronte alla Cairo Tower, situata sull’isola di Gezira,
nostra destinazione. Erano le 12.30 di sabato, giorno di festa e
preghiera, ma meno importante del venerdì e quasi tutti gli esercizi
erano aperti, quando un uomo di mezza eta’ distinto ci avvicina. Il
primo giudizio non mi rivela nulla di fastidioso o che mi consigli di
evitarlo, con il quotidiano sotto il braccio e un ottimo inglese attacca
con i soliti convenevoli. Raccontiamo che vogliamo vedere la citta’
dall’alto e per questo stiamo andando alla torre, ma lui ribatte che nei
giorni di preghiera questa chiude dalle 12 alle 14 e quindi ci invita a
fare due passi insieme a lui nel quartiere qui vicino, il garden center.
Perché no, cosa potra’ mai succedere? Succede che pochi minuti dopo ci
tira nel suo negozietto e comincia con il solito gir dei profumi naturali,
dei papiri e di tutti quei souvenirs che io non comprerei nemmeno se
avessi un container a disposizione…
Questa volta pero’ la solita litania non ha sortito nessun acquisto, e
siamo pure riusciti a scroccare una pepsi! Resta pero’ l’amaro in
bocca di aver subito un’altra delusione da queta gente, tutt’altro che
semplice e priva di malizia.
Non vedo l’ora di riprendere il mio viaggio ed allontanarmi da questa
grande, caotica, inospitale citta’.
Una realta’ completamente diversa mi aspetta fuori dalla capitale
egiziana, in direzione sud nella valle del Nilo verso Luxor. Le auto
scompaiono quasi completamente, cedendo il posto ai carretti trainati da
asini scheletrici, le campagne sono lavorate dai buoi e dagli uomini, non
esistono macchine agricole se non vecchi motori diesel che pompano
l’acqua nei canali dei campi, il cemento delle case si trasforma in
fango e i tetti sono in paglia, pochissime sono le abitazioni in cemento o
che abbiano porte e imposte alle finestre.
Dopo la grande oasi di Al Faioum ad uno dei tanti check point, frequenti
in ogni parte del medio-alto Egitto vengo fermato e mi viene assegnata una
scorta armata. Parlando con le persone del posto le idee che mi sono fatto
sono due, relativamente a queste scorte. Il clima in questa zona non è
piu’ sereno come altrove, la gente ora appare ostile, non apertamente
nei miei confronti, ma al nostro passaggio spesso si scaglia contro i
militari. Piu’ di una volta sono passato in mezzo a gruppi di persone
che litigavano e manifestavano, ma non ho capito contro cosa. La
protezione è indubbiamente molto rassicurante, al passaggio nei villaggi
le armi erano spianate e a sirene siegate si passava sempre a tutta
velocita’, ma credo anche che queste scorte abbiano anche il secondo
fine di limitare la liberta’ del turista, non consentendogli di ficcare
il naso dove non deve, non solo per questioni di sicurezza personale. Una
sorta di “i nostri panni sporchi ce li laviamo noi”.
Questa è una teppa estremamente tediosa e impegnativa da oltrepassare ad
una sosta forzata ogni 10 km per il cambio scorta si aggiunge anche un
manto stradale a dir poco stravagante, dal largamente diffuso sterrato
alle migliori soluzioni dell’asfalto liscio e scivoloso come il ghiaccio
con a volte solchi provocati dal continuo passaggio profondi anche venti
centimetri..
Quindici ore, 750 km, ma alla fine Luxor è raggiunta. Sono estremamente
provato, ora è l’una di notte, ma salendo sul balcone dell’albergo il
panorama è da mozzare il respiro, questa volta mi sono concesso il lusso
di un quattro stelle in riva al grande fiume, avreste dovuto vedere le
facce alla reception quando alla prenotazione che avevo fatto nel
pomeriggio hanno associato la mia brutta e sporchissima faccia…
Suggestiva la valle dei Re, i 45 gradi dell’ora di pranzo sono anche un
ottimo deterrente per le masse di turisti migrati fino qui da Hurgada.
Finalmente riesco a visitare le tombe in perfetta solitudine, lasciandomi
trasportare un po’ dall’aura di misticita’ che traspira da ogni
roccia, da ogni iscrizione sulle pareti dei cunicoli che conducono alle
tombe.
Alle 18.00 esatte il convoglio parte da Luxor per riportare a casa le
decine di autobus turistici colme di turisti che hanno dedicato la
giornata a questa cittadina (in Alto Egitto non muovi un passo senza i
soliti militari alle costole). Definire folle questa tappa è solo
riduttivo, impossibile spiegare la gara che si innesca appena si imbocca
la via nel deserto. Bestioni da 50 passeggeri che mi superano a 140
all’ora se solo mi stacco di due metri da quello che mi precede, a fari
spenti.
A Safaga, dove finisce il viaggio in gruppo seguo un pullman che sono
certo si dirige a Hurgada (avevo parlato con l’autista in una pausa nel
viaggio), questo si butta a tutta velocita’ su uno sterrato, io non vedo
nulla, ma non posso lasciarmi distanziare troppo, non conosco la strada e
le indicazioni sono completamente assenti, superiamo abbondantemente i 100
all’ora e io guido alla cieca seguendo con il cuore in gola i due
piccoli fanali posteriori nella nuvola di polvere sollevata. Ad un certo
punto la strada si fa migliore, e quando diventa asfaltata abbiamo
superato i 140, continuiamo ad aumentare, ma io con la moto stracarica e
la benzina a 80 ottani non riesco andare oltre i 160 all’ora; il pullman
mi ha staccato e l’ho perso….
Mi fermo a riflettere, mi sono perso e non ho punti di riferimento, che
fare? Proseguo su questa strada e finalmente intravedo le luci costiere e
i primi resort in lontananza. Sono sulla via giusta, ora arrivare in
Sharia Sheraton, la via principale di Hurgada è cosa fatta. Un’altra
avventura a lieto fine, ho passato attimi in cui ho avuto paura, ma tutto
cio’ rimarra’ nel mio cuore, questo è quello che ho sempre
desiderato.
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Il
nastro d’asfalto corre veloce sotto di me, il rumore sommesso del motore
mi giunge appena percettibile, rassicurante, intorno a me solo deserto a
perdita d’occhio, rotto solo da qualche mulinello di sabbia creato dal
vento.
Il viaggio di ritorno ora, superati gli ostacoli burocratici maggiori e
non piu’ vincolato a mezzi di trasporto locali, procede molto in fretta
e un senso di felicità mi riempie il cuore.
Felicità non dovuta al fatto di essere riuscito in cio’ che mi ero
preposto, felicità per avere conosciuto culture nuove, culture per lo
piu’ screditate dai nostri organi di informazione.
E la felicità piu’ grande sta nell’aver scoperto che sbagliano di
grosso, che qui non sono tutti fondamentalisti che odiano il grande
satana, sono al contrario popolazioni di grande dignita’ e meritevoli di
grande rispetto da parte nostra, per loro la vita non è semplice come la
nostra, loro devono faticare ogni giorno per cio’ che noi riteniamo
essere dovuto, ad esempio per procurarsi il cibo. I bambini lavorano,
tutti.
Popoli che mettono a disposizione tutto cio’ che hanno, dalla semplice
indicazione stradale alla bibita ghiacciata regalatami nel pieno del
deserto da un camionista siriano che ha visto che ero rimasto senza, solo
in cambio di una stretta di mano e qualche parola.
Tutto cio’ mi fa riflettere su quello che ci viene quotidianamente
somministrato, dai media, dagli urlatori come la Fallaci, da tutte quelle
persone che giudicano e emettono sentenze senza nemmeno sapere di cio’
che parlano o senza curarsi dell’effetto che le loro parole hanno sulla
gente.
E’ ormai un mese che manco da casa e la cosa che colpisce è che a
mancarmi non sono le persone che mi circondano nel quotidiano, esclusi
pochi cari e amici, ma sono solo le mie terre, i posti nei quali sono
cresciuto e nei quali ho profonde radici.
Sono stati 11.000 km veramente appassionanti, 32 giorni vissuti
appassionatamente come in un sogno. Giorni in cui è accaduto di tutto,
dai tre giorni in nave verso la Turchia dove ho sentito di tutto (io
vado….io faccio…. Io sono…) a quando mi sono perso tra i canali e le
pannocchie della valle dell’Oronte (ho dimenticato la bussola) e per
chiedere informazioni ho imparato il linguaggio dei gesti, dalle decine di
ore di viaggio senza incrociare anima viva all’incontrollato caos
metropolitano.
Molto di cio’ che ho vissuto non ha trovato parole ora, e probabilmente
non le trovera’ mai, ma qui nel mio cuore ha un posto, un posto che
nessuno mai gli togliera’.
“Papà, dove sei stato?”
“sono stato in un posto non tanto lontano, ma in questo posto le genti
non guidano la macchina, hanno il carretto trainato dall’asinello, dove
non esistono itrattori come quello del nonno e l’aratro è tirato dai
buoi. Dove i bimbi non usano le scarpe e invece di portare a fare la
passeggiata il cane portano le pecore. Questo posto si chiama Africa, ed
è meraviglioso”
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